straniero in preghiera

Con l’hawala gli immigrati spediscono milioni

E del 2015 e un po lungo ma vale la pena leggerlo tutto, il più grosso hawala italiano e a Carpi , nella mia città

Ecco come il denaro di immigrati e terroristi passa senza lasciare traccia

Con l’hawala basta un versetto del Corano per trasferire milioni

Chi indaga sulle stragi di Parigi del 7 gennaio ha un’ossessione: i soldi. Come hanno fatto i terroristi a comprare le armi, viaggiare e mantenersi con i loro miseri lavori part-time? Il denaro che fomenta l’internazionale del terrore non arriva con normali bonifici bancari. Al contrario, viaggia nelle valigie dei simpatizzanti jihadisti, oppure attraverso un sistema informale di trasferimento di capitali che sfugge interamente ai controlli delle Banche Centrali. E passa anche per l’Italia. Ecco come funziona questa rete informale e che cosa possiamo fare.

I fratelli Kouachi

Chérif Kouachi, responsabile insieme al fratello della strage a Charlie Hebdo, ha ammesso di aver ricevuto fondi dalla cellula yemenita di Al Qaeda. Uno dei leader del gruppo terrorista ha confermato di «aver finanziato l’operazione». Secondo fonti investigative americane e inglesi, i due fratelli hanno ricevuto almeno 20.000 dollari in tempi recenti. Nonostante gli sforzi benemeriti degli istituti centrali di controllare le transazioni sospette, una parte sostanziale del denaro che sovvenziona il terrorismo islamico non passa per il sistema bancario ufficiale.

 

Vi sono almeno due meccanismi di finanziamento: il primo e più rudimentale consiste nel mettersi in valigia il contante dopo un viaggio nei centri che finanziano il terrore, come l’Arabia Saudita e lo Yemen. Questo approccio è rischioso e dopo un po’ i soldi finiscono. Ben più efficiente è un metodo, ampiamente discusso nei testi sacri dell’Islam, che non richiede alcuno spostamento fisico di individui ed è in grado di mobilitare miliardi di euro al giorno: l’hawala, una parola araba che è entrata anche nella lingua italiana (avallo), e significa «trasferimento». Mentre il Corano condanna senza appello l’usura, incoraggia l’hawala. Diversi testi sacri dell’Islam (i cosiddetti ahadith) discutono nei dettagli questo sistema di trasferimento di capitali basato sulla fiducia. Per quanto meccanismi simili all’hawala siano diffusi ben oltre il mondo islamico, esso è particolarmente radicato nel sistema economico dell’Islam proprio a causa della condanna senza appello dell’usura. Come funziona?

L’avallo islamico

Per capire l’hawala non dobbiamo fare altro che trasferirci a Carpi, nella provincia di Modena, dove un’indagine di qualche anno fa rivela inquietanti legami tra un barbiere pakistano, trafficanti di droga, sospetti terroristi, e una struttura globale con base a Dubai e addentellati nelle maggiori capitali europee, negli Usa, in India, in Turchia e in Afghanistan. Il Pak Hair Fashion sembra un innocuo negozio di parrucchiere, situato in una silenziosa strada alberata non lontano dall’Ospedale di Carpi. Il gestore, Ahmed Pervaz, fa invece tutt’altro mestiere: insieme al padre e ai fratelli, è un banchiere hawala.

 

Questa attività parallela, diffusissima nel suo paese di origine, inizialmente è rivolta ai numerosi connazionali residenti a Carpi.

Dapprincipio Pervaz offre un servizio bancario illegale, ma innocuo: un pakistano che vuole far arrivare soldi in patria li dà a Pervaz, questi consegna al cliente un codice segreto – tratto da un versetto del Corano oppure un numero – e telefona ad un socio in Pakistan. Il socio aspetta che un emissario del cliente si faccia vivo col codice e gli consegna il danaro in valuta pakistana. Nulla di più semplice. Pervaz e & Co. lucrano sul tasso di cambio, ma assicurano un servizio più a buon mercato di quello delle banche e di Western Union. Vi sono altri due vantaggi: il sistema è completamente anonimo e rapido. Nel giro di poche ore dalla consegna del denaro a Carpi, l’equivalente in rupie si materializza a Mandi, una città a Sud di Islamabad. L’hawala è spesso l’unico modo per far arrivare risorse in stati corrotti o falliti, come la Somalia e l’Afghanistan, o immersi in una guerra civile, come la Siria. Ad esempio, ci sono tredici banche ufficiali a Kabul e circa 2.000 banchieri hawala. Secondo una stima della Banca Mondiale, il 65% di tutte le rimesse verso l’Africa sub-sahariana avvengono tramite hawala. Inefficienza, corruzione e costi esorbitanti spingono milioni di persone ad usare questo sistema, ma l’assenza di ogni controllo permette di far girare anche denaro sporco.

Da barbiere a banchiere

Ben presto Pervaz decide di ampliare il suo business ed entra in contatto con Naresh Patel, un personaggio inquietante e potentissimo. Uomo d’affari indiano residente a Dubai, è definito dalla polizia del suo paese «il maggiore banchiere hawala del mondo». Patel sposta oltre due miliardi di dollari al giorno. Nel 2009 gli Stati Uniti gli confiscano sedici conti correnti e più di quattro milioni di dollari, con l’accusa di movimentare denaro per Al Qaeda. Per le autorità spagnole e inglesi ha legami con i cartelli della droga latino-americani. Quando il governo degli Emirati Arabi cerca di arrestarlo, lui scappa in India, dove è riuscito a evitare l’arresto e nega tutte le accuse.

Da Carpi a Mumbai

Di sicuro Patel mette il barbiere di Capri in contatto con grossi trafficanti di droga albanesi operanti nel Nord Italia. Questi comprano ingenti partite di eroina che provengono dall’Afghanistan, un paese dove trafficanti, funzionari statali, signori della guerra e terroristi sono spesso indistinguibili. Durante un’operazione, la Guardia di Finanza di Milano sequestra più di 200 chili di droga. Dalle intercettazioni telefoniche risulta che il carpigiano Pervaz è entrato a far parte di un’organizzazione internazionale potente. Adesso movimenta quattro milioni di euro al giorno. Con la criminalità internazionale, però, arrivano anche le minacce di morte. Pervaz spiega alla madre: «Tu non sai niente del [gruppo di Patel], è proprio una mafia, loro hanno tantissimi soldi, se io faccio qualcosa contro di loro mi uccidono subito, loro sono una mafia internazionale, capito?».

 

Il sistema gestito da Patel è complesso. Spesso un nodo della rete accumula troppo denaro in contante, e i membri dell’organizzazione devono viaggiare per tutta Europa per riequilibrare le casse dei vari banchieri. Un corriere di origine libanese fa la spola tra l’Italia e Parigi, dove incontra il rappresentante locale del gruppo, un tale Alì Waynak, che a sua volta viaggia tra Francia, Olanda e Regno Unito. Patel tira le fila da Dubai. In una conversazione, Patel dice al corriere libanese: «Ho già parlato con Alì, viene lui da te, quando arrivi a Parigi trova un hotel e domani mattina chiama Alì da una cabina». Il parigino Alì è ben inserito nel contesto francese e in grado di rifornire di contante chiunque sia interessato. La rete di Patel è stata accusata di aver facilitato il trasferimento del denaro utilizzato per gli attentati del 2008 a Mumbai, che causarono 164 morti. Il rapporto della Commissione del Congresso americano sui fatti dell’11 di Settembre ha concluso che Al Qaeda usa regolarmente l’hawala.

Trovare le alternative

Cosa possono fare i governi occidentali? Promuovere canali legali, flessibili e a basso costo per trasferire denaro all’estero ridurrebbe i clienti della hawala. La strategia del «segui il denaro» (follow the money) è, però, solo uno degli ingredienti della lotta al terrorismo: le autorità devono potenziare altri strumenti, le fonti informative, le intercettazioni e la lotta al mercato nero delle armi, così come riformare le carceri e dedicare più risorse all’integrazione e alla costruzione dello stato di diritto all’estero. Come in altri aspetti della vita, inseguire il denaro aiuta, ma non basta.

FEDERICO VARESE
http://www.lastampa.it/2015/02/05/speciali/ecco-come-il-denaro-di-immigrati-e-terroristi-passa-senza-lasciare-traccia-W0uduVCwftLOPe3TtPRi4O/premium.html
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Renzi: “L’Italia salverà tutti i migranti anche senza l’aiuto dell’UE”

Fermatelooo , questo e pazzo , va bene che non bisogna credere a quello che dice , fà soltanto del terrorismo verso gli italiani , a quei 10 milioni di poveri destinati a crescere a tutti gli altri che si sono visti dimezzare il valore della casa , a tutti gli anziani che non sono tranquilli neanche per la misera pensione , i prossimi pensionati non sanno se e quando prenderanno la pensione e sopratutto i giovani senza lavoro , PRIMA CI SONO GLI IMMIGRATI , SEMPRE !!!!

 

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Se necessario, l’Italia farà fronte “da sola” all’emergenza profughi facendo a meno dell’aiuto dell’Unione Europea ma è l’Europa a non potersi permettere di ignorare “il Mediterraneo che brucia” e “i bambini che affogano”. E’ il ragionamento fatto dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, alla vigilia del consiglio europeo, sulla Stampa e su diversi quotidiani europei (El Pais, The Guardian, Le Monde, Süddeutsche Zeitung, Gazeta).

“La domanda di pace e di cibo che costringe migliaia di donne e uomini, talvolta con i loro bambini, a rischiare la morte per raggiungere l`Europa – sottolinea il premier – non è iniziata oggi, non finirà domani. Chi si illude di fermarla con un tweet o un post su Facebook vive in una realtà parallela.

La storia dell`umanità è segnata dai flussi migratori e solo la paura può permettere alla superficialità demagogica e talvolta razzista di abitare la politica europea con sempre maggiore forza. Al punto da essere decisiva in alcune elezioni politiche. Ma alla paura si deve rispondere con il coraggio della politica, non inseguendo chi ogni giorno si concede alla pura demagogia”. Renzi rende omaggio a quelli che chiama “gli angeli del mare” che “stanno rendendo l’Europa un posto migliore”, “le donne e agli uomini, militari e civili, che in queste ore stanno scrivendo una storia di solidarietà e coraggio permettendo a questi nostri fratelli e sorelle di rimanere in vita”. Come fecero nel 1966 “gli angeli del fango” dopo l’alluvione di Firenze.

Quindi, “il problema di oggi – sottolinea il capo del governo – non è come farà l`Italia a far fronte all`emergenza, da sola. Siamo un grande Paese che non si lascia andare a scene di isteria perché in un anno arriva qualche migliaio di profughi in più. Se costretti a fare da soli, non ci tireremo indietro. Non rinunceremo a salvare nemmeno una vita, perché abbiamo sulle nostre spalle secoli di civiltà ai quali non rinunciamo per un punto di gradimento: la vita vale più di un sondaggio. Ma avere una risposta europea serve innanzitutto all`Europa, prima che all`Italia.

L`Italia può persino permettersi di fare tutto da sola nel Mediterraneo. È l`Europa che non può permetterselo. Questo è il punto politico. È l`Europa che deve dimostrare quali sono i valori in cui crede. L`Europa non è un insieme di vincoli economici, è una comunità di anime, di destino, di ideali. Se questa comunanza viene meno, perdiamo l`identità europea.

“Il bivio – conclude Renzi – è decidere se il problema del Mediterraneo riguarda tutti o solo i Paesi più vicini. Se prevalgono solidarietà e responsabilità, le soluzioni si trovano: il numero dei cittadini da accogliere altrove, le operazioni di identificazione e di riammissione, la copertura economica. Se invece prevale l`egoismo o la paura, rischiamo di perdere la stessa idea dell`Europa. Per la mia generazione l`identità europea nasce col simbolo del crollo del muro di Berlino: allora avevo 14 anni. Oggi 14 anni ce li ha mio figlio e non voglio che il simbolo dell`identità europea per lui sia un muro fisico tra Ungheria e Serbia o il muro di diffidenza tra i Paesi dell`Europa. Regole chiare, da rispettare. Chi ha diritto sia accolto, chi non ha diritto sia riaccompagnato a casa. Tutti però siano salvati e aiutati”. TISCALI

http://www.imolaoggi.it/2015/06/24/renzi-litalia-salvera-tutti-i-migranti-anche-senza-laiuto-dellue/

bambini fantasmi

Stazione Termini , bambini invisibili tra pedofili e drogati

Alla stazione Termini si aggirano pedofili a caccia di minorenni. Piccoli immigrati senza famiglia, costretti a vivere nei cunicoli sottoterra e a prostituirsi per mangiare. Reportage dalle viscere della Capitale

bambini fantasmi

18 febbraio 2016

Decine di immigrati minorenni vivono nel sottosuolo o accampati in aree attorno alla stazione Termini, nel cuore di Roma. Sono ragazzini senza famiglia, che rientrano fra i seimila minorenni non accompagnati arrivati in Italia e scomparsi. E per non morire di fame si vendono e sono vittime di pedofili senza scrupoli, uno dei quali, un ingegnere americano arrivato a Roma da Chicago, arrestato nelle scorse settimane.

Il racconto di questi ragazzi, le loro immagini, i cunicoli sporchi e maleodoranti in cui vivono, sono contenuti in un reportage che l’Espresso pubblica nel numero in edicola venerdì 19 e online su Espresso Plus, in cui si mette in evidenza il girone infernale della Capitale. Si scoprono piccoli adolescenti che da un anno vivono sotto un albero, arrotolati in coperte sporche e bucate, che ne fanno fagotti buttati tra i sacchetti della spazzatura, con i topi che ogni notte provano a infilarsi nei loro pantaloni.

 il video 

http://m.espresso.repubblica.it/archivio/2016/02/18/news/noi-i-ragazzi-dello-zoo-di-roma-1.250863

Da piazza della Repubblica alla stazione, meno di quattrocento metri tra fasti dell’antica città imperiale, gli hotel di lusso e le bancarelle degli ambulanti, percorsi in fretta ogni giorno da pendolari e turisti, vivono questi ragazzini “invisibili”, scomparsi dopo essere sbarcati sulle coste italiane e arrivati dopo un lungo viaggio dai loro paesi d’origine dove scappano per via delle guerre. Un tredicenne egiziano racconta la sua storia, di quanto gli manca la mamma e la paura che prova a stare di notte solo per strada e dice: «Sono un bambino, ed ho paura».

«Sono ancora un bambino, ho paura». Abdul è arrivato dall’Egitto su un barcone, da solo. Vive in un metro quadrato fatto di un cartone, una coperta marrone e due sacchetti di plastica blu. Come lui Fathi, Ibrahim e gli altri. Venti, trenta ragazzini che dormono per strada, rubano, si prostituiscono accanto alla stazione Termini di Roma. Invisibili nel cuore della Capitale. Grazie al racconto di Abdul, la Polizia di Stato ha potuto identificare l'”inglese”, un uomo che offriva soldi ai minori stranieri non accompagnati in cambio di prestazioni sessuali.«Perché faccio così?», si chiede Abdul. «Perché ho fame. Che devo fare? Devo morire?».Un progetto di Floriana Bulfon e Cristina Mastrandrea per Unicef ItaliaRegia, riprese e montaggio: Toni Trupia e Mario Poeta
Dove vivono questi minorenni è un tappeto di melma, l’odore stordisce. Fathi è uno di loro, abbassa la testa e scende giù nel buco. «Meglio dormire fuori». Abdul risale la scaletta e si stringe nella felpa per il freddo. «Io sto qui, sotto l’albero». La sua vita è in un metro quadrato fatto di un cartone, una coperta marrone e due sacchetti di plastica blu. «Fuori è meglio, perché tira vento e non c’è quella puzza», dice. Ma quella puzza, anche se tira vento, rimane impressa nelle narici. E non se ne vuole andare. Fathi ha 14 anni, vive qui da due anni ed è arrivato da solo da Gharbia, in Egitto. Abdul ne ha 16. Come lui Ibrahim e gli altri. Venti, trenta ragazzini che dormono per terra, rubano, si prostituiscono. Sono gli invisibili.

Il prefetto di Roma, Franco Gabrielli, interpellato da l’Espresso, annuncia che per salvare questi ragazzini è stata avviata «un’unità di strada sperimentale dedicata proprio ad intercettarne il disagio, monitorando i loro luoghi di ritrovo e stazionamento, informandoli sui servizi di accoglienza ed individuando eventuali soggetti adulti che potrebbero sfruttarli in attività illecite. L’unità sarà attiva all’interno della stazione Termini e nelle aree limitrofe 6 giorni su 7, dalla mattina sino a tarda sera, avvalendosi di educatori e mediatori linguistico culturali esperti nell’approccio a utenti in situazioni di disagio».

Per assonanza viene in mente Christiane F., il suo libro di fine Anni 70, “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, dove “Zoo” è il nome della stazione ferroviaria, luogo di disperazione e di prostituzione per minorenni a caccia di soldi per comprare l’eroina. All’epoca lo stupore fu un sentimento forte almeno quanto la commozione. C’erano i minorenni che si vendevano per procurarsi l’eroina, la droga del disagio nel già opulento Occidente. E c’erano adulti che ne approfittavano per sfruttarli sessualmente.

In un ideale giro d’Europa su rotaia, negli anni Novanta, il testimone passò a Bucarest, alla Romania del dopo Ceausescu. La “Gara de Nord”, la stazione, era il terreno di caccia per pedofili provenienti da ogni dove, richiamati dal sesso facile, impunito e a basso costo che offrivano bambini orfani del comunismo e di famiglie che se ne sbarazzavano perché non in grado di mantenerli nella nuova stagione del liberismo spinto dopo quella di un welfare straccione ma pur sempre welfare. Le autorità vedevano e tacevano: non potevano ammettere il precoce fallimento sociale del governo che aveva sostituito la dittatura.

Fu grazie a Miloud Oukili, un clown franco-algerino capitato per caso in Romania, che lo scandalo venne alla luce. Letteralmente. Scoprì che quegli adolescenti, talvolta persino bambini, maschi e femmine, vivevano nelle fogne della capitale. Si vendevano per non morire di fame, e poi dalle botole attorno alla stazione si inabissavano nelle viscere del sottosuolo.

Intanto questi ragazzi “dannati” di Roma continuano ad avere paura, ad essere oggetto di pedofili e a vivere sotto gli alberi o nel sottosuolo.