Lo show di Renzi al Lingotto

Franco Bechis: “Renzi parla come se non avesse governato. E scimmiotta Grillo con Bob, una piattaforma web”

(Franco Bechis – Libero Quotidiano) – Appena salito sul palco del Lingotto Matteo Renzi ha guardato la platea festante di circa 2 mila supporter della sua corrente Pd, ha finto di scrutare in mezzo e provato a fare vedere la sua svolta: «Mi spiace», ha detto puntato il dito su una parte ipotetica della platea, «deluderò voi giornalisti e questa sera non vi darò un titolo per i vostri giornali. Non sono qui per questo». Boato della platea, perché dopo le ultime settimane dominate dall’inchiesta Consip, da queste parti i giornalisti non sono molto popolari.

Infatti gli ipotetici giornalisti a cui si rivolgeva Renzi guardando la platea, o erano attori o frutto della fantasia dell’ex premier: qui si è fatto cordone per tenerli lontano da chiunque potesse fare battute o dichiarazioni non concordate, vietando fin dal primo minuto l’accesso in sala e confinandoli tutti in un recinto da cui si potevano vedere solo alcuni monitor.

Solo dopo una piazzata all’ingresso del Lingotto si è intenerito il tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi, che ne ha scortati un gruppo in sala fra i tentativi di placcaggio del servizio d’ordine. Ma prima che Renzi iniziasse il suo discorso, di nuovo spediti tutti via. Era un artifizio retorico dunque quello dell’ex premier. Che per più di un’ora è tornato se stesso anche con giochini di questo tipo. Ha scaldato più volte i supporter, spesso pizzicando il Movimento 5 stelle che resta il principale avversario politico, e rispolverando i suoi slogan da televendita.

Si è fatto prendere un po’ la mano mentre vaticinava dieci anni di nuove riforme e in un crescendo rossiniano partito dai giovani senza lavoro, da quelli del Sud che gli telefonano chiedendo una raccomandazione perché altrimenti da quelle parti non si combina nulla, ha lanciato la sua grande proposta: la riforma del mercato del lavoro, dicendo che «bisogna investire di più sulle politiche attive e sul lavoro».

A un signore dall’accento romano assai anziano e convinto renziano che stava ai bordi della sala a quel punto è proprio scappata: «Mannaggia, gli hanno passato la cartellina sbagliata, questo è il discorso delle altre primarie, quelle del 2013». Poteva sembrare una battuta, ma più volte ascoltando il discorso della ridiscesa in campo di Renzi quel dubbio assaliva tutti: ma sì, era il discorso del 2013, c’è stato sicuramente un errore dello staff.

Riforme, riforme, riforme, e perfino quella del lavoro: pronunciate oggi con quella enfasi sembra che da allora ad oggi a palazzo Chigi non ci sia stato nessuno. E doveva essere sicuramente un impostore, forse un sosia quel fiorentino che diceva di avere riformato il lavoro con il jobs act oltre naturalmente ad avere fatto mille altre riforme. Solo due o tre passaggi del lunghissimo discorso di Renzi (per tre volte davanti a una platea prima borbottante e poi con evidenti segni di sfinimento ha promesso che stava per concludere. Ma per tre volte si è rivelata promessa bugiarda) hanno dato certezza al pubblico sulla data di ieri: ma sì, eravamo proprio al Lingotto di Torino a marzo nell’anno di grazia 2017.

Due erano citazioni di personaggi che nelle primarie del 2013 ancora non esistevano: l’attuale sindaco del capoluogo subalpino, Chiara Appendino, salutata con cortesia da Renzi, e il nuovo presidente americano Donald Trump. Qui c’è stata una piccola sorpresa, perché Renzi lo ha citato dicendo che nel mondo di oggi è un punto di riferimento il discorso «molto forte» di insediamento di Trump, anche se sui contenuti l’aspirante leader del Pd ha ovviamente idee diverse. Il terzo riferimento che ha riportato al presente è stato un annuncio vero e proprio, anche questo non poco sorprendente: la nascita di una creatura virtuale. Il suo nome è “Bob”, e sarà la piattaforma digitale dei renziani e in seguito anche del Pd se Matteo riesce a riconquistare le leve del comando del Nazareno. Anche se battezzata con un nome di riferimento del partito democratico americano (Bob Kennedy), si tratta di fatto della clonazione di una idea della Casaleggio & associati e quindi del M5s: la piattaforma Rousseau.

Il mezzo sarebbe identico, ed è proprio quello attaccato a man bassa dai renziani in questi mesi. È la vera autocritica fatta dal leader, convinto di avere perso il referendum del 4 dicembre proprio per la scarsa incidenza del Pd sul web e sui social: «lì», ha detto Renzi, «più dell’80% dei naviganti era per il No». Quindi oggi clona Rousseau e si mette a fare un po’ il grillino pure lui.

Per il resto un comizio di buona retorica, con qualche passaggio ipocrita e lacrimevole sui terremotati (che in realtà non lo amano alla follia, anzi…) utilizzando per un mini spot anche una telefonata di simpatia che gli avrebbe fatto il sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi. Altra retorica – assai poco convinta – sulle «cicatrici» che lui stesso porterebbe addosso per la caduta rovinosa di fine 2016, e sulla attuale idea che il Pd si debba gestire collegialmente: infatti lui si porta come vice Maurizio Martina (“in ticket”, dice Renzi), a cui ha concesso una foto finale abbracciati. Buona retorica, che ha sfiorato anche le questioni europee: Renzi ha lanciato l’idea di fare eleggere al popolo il presidente della commissione Ue, ma ha anche avvertito che questo non avverrà nemmeno la prossima volta, e quindi come proposta lascia un po’ il tempo che trova. Ma per Stefano Ceccanti, già suo costituzionalista di fiducia, «questa è una vera rivoluzione». Sarà. Di sicuro oggi parleranno Pier Carlo Padoan, Emma Bonino e pure Dario Franceschini. Per la rivoluzione bisognerà attendere…

Lo show di Renzi al Lingottoultima modifica: 2017-03-12T04:03:44+00:00da nonnafra
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